Se
Demostene, dal canto suo, si scagliò con tutte le sue forze contro il malvagio e astuto
Filippo di Macedonia, e gli sparò addosso una serie di insulti che manco Sgarbi al culmine della forma, io nel mio piccolo, faccio altrettanto, tentando di sbertucciare, però, qualcosa di ben più concreto del paparino di
Alex il Grande, perlomeno se riportato nell'ottica dei nostri giorni:
Apple. Non il frutto, bensì la
software-house: sì, sto parlando proprio del colosso guidato da
Steve Jobs, quello che, negli anni, ha sfornato
Mac, Mac Os, I-Tunes, I-Pod, I-Phone e I-Pad. Un'azienda gigantesca, con un fatturato annuo di
65 miliardi di dollari, che dà lavoro a quasi
50'000 dipendenti. Una fucina di idee mica da ridere. Un mostro sacro della tecnologia. Ma un mostro decisamente, terribilmente e incredibilmente
sopravvalutato, almeno a mio modo di vedere. Tuttavia, è meglio se parto dal principio, tanto per non tirare invettive totalmente campate per aria.
Apple nasce nel
1976, in quel di
Cupertino (California), per mano di due Steve:
Jobs e Wozniak. Entrambi sono hacker nonché programmatori a tempo perso, e per giunta sono amiconi di vecchia data. Dunque si
mettono insieme (non siate maliziosi), e, dopo aver raccolto qualche soldino, producono il loro primo computer, l'
Apple I, in ben 200 esemplari. Dopodichè balzano agli onori delle cronache (così si suol dire) con una seconda, geniale invenzione: l'
Apple II. Così facendo avvalorano l'assioma secondo il quale la fantasia ed i programmatori non vanno propriamente a braccetto. Ad ogni modo, nonostante il nome, l'Apple II ha uno
spaventoso successo di vendite, cosa che permette alla società di espandersi ulteriormente.
Nel
1981 Wozniak lascia la compagnia, a seguito di un incidente con un aereo privato, e si ritira, chennessò, in Burundi, in ogni caso lontano dalle scene. Mentre l'amicone è in vacanza, Jobs sforna un
nuovo computer, dal nome più originale che mai:
Apple III. Ma c'è un piccolo problema: l'aggeggio è
costoso, ed è pure
senza ventola di raffreddamento. Sì, proprio così: Jobs non l’ha voluta, la ritiene 'inelegante'. Ovviamente, l'apparecchio, assomigliando più a un microonde che a un computer, non vende granchè: le poche unità smerciate, vengono più che altro adoperate dalle casalinghe per cucinare le salsicce.
Passa ancora un annetto; è il
1983, e il nostro amico Steve, dopo aver assaltato, travestito da bucaniere, (è una metafora, la prego, non mi quereli) i laboratori
Xerox, sprona, aggredisce, incita e spernacchia i propri collaboratori, i quali, impauriti dalla foga del boss, producono e sfornano un
nuovo sistema (peraltro parecchio
scopiazzato dal
progetto Alto, della Xerox di cui sopra):
Lisa. Finalmente un nome originale, totalmente inventato, mai udito, sentito, sussurato prima. Ah, come non detto, così si chiama la figlioletta di Jobs. Vabbè, pazienza: il nuovo computer è comunque un portento. E’ dotato di un’
interfaccia grafica basata sul mouse, di un sistema di
programmazione object-oriented, di un bel processore, addirittura di
1 Mb di RAM. Fantastico. E… Quanto costa? Be’,
10'000 $, soldino più, soldino meno. Praticamente, un anno di stipendio di un operaio dell’epoca. Ma che cosa volete che sia! D’altro canto, viene venduto alla metà della metà del vero valore reale…
1984: milioni di ignari americani sono tutti intenti a guardarsi il
Super Bowl, ed attendono trepidanti di scoprire chi sarà il campione mondiale di football dell’anno. Improvvisamente, la partita viene interrotta dal faccione sorridente di Steve Jobs. Milioni di americani sobbalzano sul divano, e percuotono ripetutamente il televisore con le ciabatte, sperando in un’interferenza: niente da fare, è proprio vero: ma, su che canale è la partita? Jobs comincia a parlare: “Ragazzi, l’
IBM è il Grande Fratello. Io sono la rivoluzione. Revoluciòn, Revoluciòn, spodestiamo quei brutti copioni cattivoni nonché capitalisti, anzi comunisti. Come? Be’, ragazzi, è facile: comprate il mio
Macintosh, il computer del futuro. Compratelo tutti, che è fantastico. Revoluciòn, Revoluciòn. Abbasso il Grande Fratello! Abbasso il Grande Fratello!”. Milioni di americani si guardano in faccia esterrefatti, per poi fiondarsi nel negozio più vicino, nel tentativo di accaparrarsi uno di quei fantasmagorici Macintosh di cui hanno sentito parlare in televisione. E’ questo il momento (lo riferisce la mia amica Wikipedia) in cui nascono i
Mac Evangelisti, quei
singolari individui che, ritenendo il
Mac, e conseguentemente Apple,
superiore a Microsoft, a Commodore ed a Xerox, ma pure al Padre, al Figlio ed allo Spirito Santo, tentano di convincere i propri scettici famigliari ad acquistarlo e/o adorarlo.
1985:
Bill Gates fa una
visitina a sorpresa dal suo amico Steve Jobs. Dopo aver regolarmente ottenuto una
prima licenza da Apple, presenta un
proprio prodotto, alquanto simile a Macintosh, dotato, cioè, di una grossolana interfaccia grafica: si tratta, lo avrete capito, del sistema operativo
Microsoft Windows. Si muove dunque
IBM: il colosso della tecnologia sceglie di distribuire
i propri sistemi con integrata la soluzione di Mr Ponti. Mr Lavori rimane con un palmo di naso: il suo Macintosh non può competere con tanta
potenza commerciale. In pratica, è il trionfo del Grande Fratello.
1985:
John Sculley, amministratore delegato di Apple,
spedisce via da Cupertino il geniale Jobs, per giunta a calci nel sedere, poiché gli sta sulle palle. Steve è dunque fuori dalla società che ha contribuito a fondare. Definitivamente? Nient’affatto: dopo una sua lunga parentesi presso
NeXT Computer, durante la quale
Apple entra in profonda crisi di idee e di quattrini,
Jobs rientra nella multinazionale, prima come fidato consigliere del Presidente Gil Amelio, poi come
CEO vero e proprio. E’ il 1997. Per questo ruolo, viene pagato addirittura 1 dollaro, almeno per il primo anno. Roba che per comprarsi un Lisa gli sarebbero serviti svariati secoli…
Giunge il
2000: siamo all’alba d’un nuovo millennio, un’alba che si srotolerà tra un bug e l’altro; Ed Apple che fa? Lavora, lavora sodo. Sì, proprio come un uovo. Sforna
Mac OS X, un nuovo sistema operativo, e poi il famigerato
I-Pod (un lettore MP3 un po’ più carino ed un po’ più potente del normale, nonchè molto più costoso). Non paga, negli anni seguenti sparge per il mondo una marea di
magnificentissime, incredibilissime, utilissime, ma soprattutto nuovissime ed originalissime “I”:
I-Tunes (un negozio virtuale tipo Amazon.com, in cui si vende, però, musica),
I-Phone (ovvero un I-Pod video che telefona ed è touch-screen),
I-Pod Touch (un I-Pod touch-screen),
I-Pad (cioè un I-Phone finito sotto un’incudine caduta da una finestra).
Tiriamo dunque le somme. Eh sì, va detto:
in un primo tempo, Apple ha fatto, o ha contribuito a fare - al pari di
Commodore, IBM e Microsoft - la
storia dei computer. E’ stata la prima azienda del globo terracqueo a commercializzare (ma non a ideare) un sistema operativo basato su un’
interfaccia grafica, ha sviluppato una linea di
computer tra le più
performanti del suo tempo. Ma ora, diciamocelo con franchezza, s’è un po’
infiacchita. S’è sgonfiata come un palloncino finito su un porcospino. Certo, ha
aumentato il fatturato, i dipendenti, il numero di prodotti venduti. Ma
è cambiata: da una fabbrica di water (ovvero un’azienda produttrice di
oggetti visivamente modesti ma universalmente riconosciuti come
utili), è divenuta una multinazionale che distribuisce portaspaghetti in lega platino-iridio, o al massimo grattatori automatici di zebedei, cioè
prodotti tanto carini da vedere e da annusare, ma che, come dire,
non mi azzarderei a definire
indispensabili. Prendiamo l’
I-Pod, ad esempio: che cos’ha di
diverso da un normale MP3? Be’, ha una simpatica rotellina per scorrere le canzoni, ha i giochini, puoi caricarci sopra le copertine degli album, e, e… E poi? Be’, poi
costa il doppio di un normale MP3, e per giunta non si può usare a meno di non avere I-Tunes, un software balordo adibito alla conversione di file musicali in formati non meglio identificati, dunque un
sistema proprietario, chiuso, impenetrabile, che altro non fa che allungare la trafila, già di per sé piuttosto pasciuta, delle cose che un
utentucolo ha da fare per ascoltarsi due, misere canzoni. E quest’ultima faccenda, che riguarda la “chiusura”, l’impenetrabilità, la
diffidenza verso l’esterno dei sistemi marchiati con la mela mangiucchiata, tende a ripetersi in ogni prodotto Apple. Tanto che un qualsiasi
computer portatile, ma anche fisso, prodotto dal simpatico Steve
Jobs è dotato
unicamente di sistema operativo Mac OS. E viceversa un qualsiasi
computer portatile, ma anche fisso,
non prodotto dal simpatico Steve
Jobs, non può assolutamente (la faccenda è, per quanto diffusa, illegale) montare sistema operativo
Mac OS. Roba da non crederci. E poi ci vuole un bel coraggio a dire che
Mac è l’OS più sicuro, rapido e funzionale che esista: per forza! Esso è utilizzabile
unicamente su architetture Apple, ovvero computer dotati sempre del medesimo tipo di hardware, della medesima struttura interna, delle medesime interfacce, e dunque,
a differenza di una qualsiasi versione del tanto vituperato Microsoft Windows,
non è un sistema operativo che deve necessariamente
adattarsi ad una vasta gamma di architetture e sistemi differenti.
E non è tutto: vestiamo per qualche secondo gli sporchi panni d’un
programmatore, e poniamo di voler
pubblicare un’applicazione sull’App-Store, il negozio virtuale di software per prodotti Apple. Be’, voi direte: la questione è molto semplice: scriviamo il codice dell’applicazione, ci registriamo in App-Store, e pubblichiamo il prodotto finito. Ma nient’affatto! Apple dovrà pur guadagnarci qualche dindo tintinnante, da tutta questa bella trafila… Ed infatti è così; per vedere una tua applicazione pubblicata sull’App-Store, devi
sborsare la modica cifra di 99$ (se sei un privato) o
299$ (se sei un’azienda). Altrimenti, t’attacchi, come si suol dire, al tram. Facendo un rapido calcolo, con questo simpatico sistema
l’amico Steve ha guadagnato, in un paio di anni,
unicamente attraverso la pubblicazione delle
applicazioni per I-Phone,
I-Pod ed I-Pad, dunque senza spendere un centesimo, la bellezza di
30'000'000 (trenta milioni!) di dollari.
Per giunta ad un aspirante programmatore I-Phone/I-Pod/I-Pad non è possibile sviluppare il proprio software ne
l linguaggio che preferisce, con gli strumenti che preferisce; giammai! Il poveretto deve fiondarsi sul sito Apple, registrarsi, e poi scaricarsi (per fortuna gratuitamente) il
Development Kit della casa di Cupertino, che, guarda un po’, è disponibile
unicamente per Mac Os X. In altre parole: un
utente Windows o Linux, per quanti I-Pod, I-Phone o I-Pad possegga,
non potrà in alcun modo sviluppare un’applicazione per sistemi Apple. Come se non bastasse, i
prodotti commercializzati dal
colosso americano, siano essi cellulari, MP3, MP4 o computer,
costano 10 volte più degli altri, e soltanto, o quasi, perché hanno una
piccola mela argentata incollata sulla scatola.
Ma Signor Jobs, mi faccia il favore…