Recensione - L'eleganza del riccio - Il romanzo
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Di Big Fat Fede
In un classico palazzone parigino di gran lusso, la portinaia Reneè fa di tutto per comportarsi da portinaia, quantunque sia coltissima e amante di filosofia e cultura giapponese. (Contenta lei) Guarda la TV, accarezza un grosso gatto peloso, si veste da casalinga (A mezza via tra 'Desperate Housewives' e 'Le avventure di Nonna Belarda'). Frattanto, in un appartamento del palazzo, la bimba Paloma, vero genietto nonostante l'età, e più cinica del Diogene dei bei tempi andati, medita il suicidio, giacchè l'esistenza (propria e non solo propria) non la soddisfa minimamente. L'arrivo di Monsieur Ozu, un riccastro proveniente dal Sol Levante, mette le due gonze di cui sopra (ovvero Paloma e Reneè) in contatto reciproco. Ne nascerà un'amicizia del tutto particolare, ma di breve durata.
Più che un libro, un breve saggio; ma pur sempre un saggio da 600'000 copie; 'L'eleganza del riccio' è un grande ammasso di citazioni, di riflessioni pseudo-filosofiche, di cinicità, d'ironie, di stereotipi rovesciati, di scaltrezze narrative; tutti elementi -beninteso- che rivelano una notevole disposizione alla scrittura, nonchè una gran cultura, o perlomeno la capacità di ostentarla; ma quella di Muriel Barbery (l'autrice del romanzo), nonostante le apparenze, è una cultura patinata, vecchio stile, compiaciuta di sè, per quanto sottile. E serve a poco niente metterla in bocca ad una zozza portinaia di basso rango, per quanto l'effetto sia notevole.
Personaggi 'riconoscibili' e immediatamente familiari, eccezionale struttura narrativa (il romanzo, costituito, di fatto, da sequele di pensieri, è in parte esposto dalla portinaia Reneè, ed in parte dalla bambinella aspirante suicida Paloma) e fluidità del racconto, accompagnate da una grande ricchezza lessicale; da segnalare una trama pressochè inesistente, riassumibile in un paio di sequenze ed in un unico 'colpo di scena' finale; ma in libri come questi costituisce il 'manico della scopa'. E dello scopo.
8