Recensione - Twilight: New Moon - Il romanzo
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Di Big Fat Fede
E la saga della Meyer seguita a perseguitare noi poveri cristiani nient'affatto empi, per nulla vogliosi di letture perverse e pateticamente drammistiche; continua altresì a farsi apprezzare da adolescentucoli in preda a crisi ormonal-affettive. In sostanza, Twilight: New Moon è -quanto a trama- l'equivalente del dado Knorr recuperato dal già acquoso brodino del primo Twilight: Bella Swan, inutile e fragile umana, perdutamente innamorata del suo bel gnoccolone vampirico Edward, vive una tranquilla vita non coniugale, ma -diciamo- fidanzale col suo promesso sposo. Purtroppo, però, un banale incidente frutto dell'umano vil sangue, costringerà Edoardo ad allontanarsi dalla sua Isabella, che, naturalmente, da ciò sarà gettata nell'oscuro vortice d'una crisi, crisi, che, tuttavia, verrà resa più sopportabile da un altro mostricciatolo, Jacob (Per gli amici Giacobbo). Come è ovvio, nel finale -ambientato in quel di Volterra! - la felicità e la banalità che sempre la segue sprizzano da ogni gotico poro, ed Edoardo, anch'egli in crisi per certi malintesi vagamente Shakesperiani che coinvolgono l'amata, salverà la sua Bella, non prima d'aver combattuto con un paio di vampiri italiani leggermente Padrineschi. 'E vissero felici e contenti, per tanti e tanti anni'.
New Moon è Twilight 1 in salsa tragedy, con un pizzico d'idillio fiabesco al principio, una poderosa manciata di pallosissimo dramma adolescenziale nella parte centrale (la depressione da separazione della protagonista, così come il gioco di sguardi del triangolo Jacob-Edward-Bella), ed una spruzzatina di novità (i Volturi) nel finale. Finale che, tuttavia, risulta lieto e scontato come in pochi altri romanzetti da spiaggia (tra i quali, stranamente, figura il primo Twilight). Originale quanto una colomba a Pasqua o un panettone a Natale, la Meyer non migliora manco un po' a livello plottistico, ma, certamente, in quanto ad interpretazione dei desideri adolescenziali ha fatto passi da gigantessa. Buona, come sempre, la narrazione, diaristica -dunque in prima persona-, con focalizzazione interna, fissa sulla protagonista. Un plauso va al traduttore (Luca Fusari), davvero in gamba nel districarsi tra le amorose siocchezzuole dell'autrice.
5